Il tartufo

di Molière
Traduzione italiana e regia di Christian La Rosa

Sinossi:

Quando Molière mise in scena per la prima volta, nel 1664, Il Tartufo, dovette vedersela con la famigerata “cabala dei devoti”, che infestava allora la corte del Re Sole e che riuscì a far bandire la commedia per diversi anni. Niente di cui stupirsi, visto che è la storia di un falso devoto, un baciapile bugiardo, che dietro pie sembianze circuisce il ricco e fin troppo ingenuo Orgone, per spogliarlo dei beni e approfittare della moglie. E’ una commedia strutturata a suspense: il pubblico, come quasi tutti i personaggi, sa chi è l’ assassino; ma, attraverso il comico, siamo tutti costretti a vivere nell’angoscia perché proprio colui che ha il potere in quella casa non se ne accorge, portando così la famiglia alla rovina. Non c’è dialettica interna in questa commedia: c’è solo ciò che vi accade, la determinazione con cui Molière porta una situazione sino alle estreme conseguenze. Ma è proprio questo che insieme ci fa ridere e ci fa paura.

Note di regia:

Insostituibile testo tragicomico del repertorio teatrale, Il Tartufo è un classico “eterno” capace di parlare ad ogni generazione di interpreti e di spettatori. Come tutti i grandi testi classici, vive inalterato il proprio spazio, ma mai come nel suo caso si sono accumulate innumerevoli interpretazioni e congetture, che ne occultano il nucleo centrale o ne fissano la lettura in passaggi obbligati. Occorre un’infinita pazienza a percorrerne i meandri, a dipanare il filo fra le varie tradizioni interpretative. Le sollecitazioni derivanti da questa labirintica storia del testo possono spingerci in direzioni opposte. Si può ad esempio relegarlo nella sua epoca e insistere sulle differenze più che sulle somiglianze, in un confronto dal quale far scaturire un giudizio. O, al contrario, riproporne la contemporaneità mediante un’attualizzazione violenta dei suoi temi. La tendenza storicistica è comunque una operazione sommaria, e il rischio dell’attualizzazione può facilmente ridursi all’espressione di un verdetto dimostrativo. Ma esiste un’altra ipotesi di lettura. In ogni testo ci sono zone d’ombra, diciamo pure di ambiguità, entro le quali iscrivere il margine dell’interpretazione: il veicolo essenziale diventa così il concedere un’assoluta priorità ai personaggi, così come sono definiti dal loro linguaggio e dai loro atti. E’ dalla loro identificazione, come dall’analisi dei rapporti che li legano, che si può raggiungere o almeno sfiorare il senso nascosto e insieme ricostruire la coerenza globale del testo. Ecco che l’apporto degli attori (alcuni dei quali alla loro prima esperienza di palcoscenico) diventa fondamentale: la drammaturgia riesce a parlare da sola attraverso gli scarti di umore, l’alternarsi dei comportamenti e i diversi processi di identificazione. Se riusciamo a stabilire questo rapporto diretto, ecco che facilmente possiamo comprendere la carica eversiva di questa commedia, ancora capace di emettere nuovi segnali e suscitare un corto circuito con la nostra esperienza. Il mondo che Molière tratteggia è nevrotico, ossessivo, malato, pieno di idee fisse, visionario. In quel mondo non c’è spazio per i rapporti schietti, e le relazioni fra i personaggi sono viziate dalla necessità di agire secondo politica e convenienza. In un mondo così, essere leali significa essere stupidi. Intelligenza e male coincidono, e il buonsenso e la misura finiscono per apparire valori volgari e sguaiati. Il protagonista, destinato dal suo autore a rappresentare l’ipocrisia, ci appare ad un tratto il meno falso di tutti. Personaggio senza ruolo, inafferrabile, senza passato, che Molière coglie probabilmente in uno dei tanti intervalli della sua eterna fuga, viene a seminare scompiglio nel quieto teatro tradizionale in cui (come vuole l’eterna commedia) agiscono un padre stupido, una moglie prudente, una figlia rabbiosa, due innamorati inutilmente litigiosi e una serva pettegola. Tartufo (corpo estraneo) si immerge in quel contesto comunitario per scatenare tensioni e ossessioni. Attraverso lui lo schema della famiglia tradizionale denuncia se stesso e si frantuma. Quando mi chiedo se dalla commedia delle finzioni sia possibile uscire, mi rispondo che è un dovere farlo. Molière lo aveva tentato nella prima stesura di Tartufo, ma dovette poi piegarsi alla censura e alle critiche del ceto clericale che addirittura spinse Luigi XIV ad allontanare il commediografo dalla corte. Ci volle più di una supplica ed una revisione sostanziale del testo per ottenere il perdono. Ecco perché ho deciso di optare per un tipo messa in scena costantemente in bilico tra una esibita falsità ed un reiterato scoperchiamento del gioco teatrale, che trasforma Tartufo in eroe chiamato dalla strada a sfidare un sistema, giustiziere della finzione che si ripete da secoli, distruttore di quel castello di menzogne che un certo tipo di teatro continua a perpetuare.

Christian La Rosa

Cast artistico:

  • Valerio Dell’Anna: Orgone – capofamiglia
  • Maria Ludovica Aprile: Damide – figlia di Orogone
  • Maria Virginia Aprile: Mariana – figlia di Orgone
  • Francesca Fraire: Elmira – moglie di Orgone
  • Lucetta Paschetta: Cleante – cognata di Orgone
  • Simona Sanmartino: M.me Pernelle – madre di Orgone
  • Paola Isoardi: Valeria – innamorata di Mariana
  • Daniela Levrone: Dorina – domestica
  • Salvatore Naviglio: Tartufo – falso devoto
  • Nicoletta Pellegrino: l’Ufficiale
  • Tiziana Rimondotto: una suora

Cast tecnico

  • Costumi: Daniela Giacca
  • Luci e musiche: Franco Carletti
  • Tecnici audio e video: Claudio Allione – Ottaviano Ferraro
  • Aiuto regia: Gabriella Pereyra